Leonardo Caffo e il fuoco amico del femminismo misandrico
Fondazione Machiavelli, L.Bernasconi
Sono passati ormai quasi due anni da quell’autunno del 2023 in cui il placido stagno nazionale (a volte più simile a una palude, ma lasciamo correre) della cosiddetta “cultura alta” è stato sconvolto dall’onda anomala del caso Caffo.La vicenda è nota: Leonardo Caffo (Catania, classe 1988), stimato docente di Estetica, fervente sostenitore dell’antispecismo, alfiere della lotta al patriarcato e della decostruzione del maschio, amico stretto – per sua stessa ammissione – di quella Michela Murgia che fu stella polare di un’intellighenzia progressista che tanto piace alla sinistra arcobaleno, viene denunciato dall’ex compagna, con cui ha avuto una figlia, per maltrattamenti.Alla notizia venne dato ampio risalto e il giorno stesso iniziò, nel campo largo della cultura progressista, la gara a chi fosse più rapido nello scaricare l’ormai scomodo scrittore.Dalle stelle alle stalle Mentre il fu enfant prodige della filosofia politicamente corretta veniva speditamente estromesso da quasi tutti i templi del sapere, pur mantenendo il proprio incarico di docente alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, ben poche furono le voci che si levarono per ribadire che un’accusa non è una condanna e che in Italia vige la presunzione di innocenza.Il caso finì poi nel dimenticatoio, salvo tornare agli onori della cronaca alcuni mesi fa con la condanna in primo grado a 4 anni di carcere per Caffo e, soprattutto, con la successiva pubblicazione delle motivazioni della sentenza, in cui venivano messi in risalto “l’atteggiamento patriarcale e la volontà manipolatoria” che avrebbero caratterizzato il rapporto del filosofo siciliano con l’ex compagna.Un banale caso di cronaca giudiziaria, si potrebbe pensare: perché, allora, vale la pena parlarne?Ne vale la pena soprattutto sulla scorta della rielaborazione teoretica operata dallo stesso Caffo, che tuttora si professa innocente, e condivisa col pubblico nel corso di diverse interviste e dichiarazioni da lui rilasciate sia durante il procedimento penale di primo grado, sia a seguito della sentenza.Il problema della coerenza tra vita e pensieroCom’era del resto prevedibile, molte delle domande rivoltegli dalla stampa vertevano sulla potenziale contraddizione tra il nucleo del suo pensiero (antirazzista, antispecista, femminista ecc.) e le azioni di cui è stato accusato, oggettivamente incompatibili con la visione del mondo di cui il filosofo si era fatto alfiere.Le risposte di Caffo a processo in corso meritano attenzione, giacché non si limitano a una mera dichiarazione di innocenza, ma toccano alcuni temi fondamentali come il rispetto della presunzione di non colpevolezza, la necessità di giudicare un’opera letteraria o artistica senza ridurla alla biografia del suo autore (e tuttavia, dov’era Caffo quando le femministe imbrattavano il monumento a Indro Montanelli a Milano?), o ancora la sofferenza di tanti padri separati ridotti sul lastrico ed estromessi dalla vita dei propri figli.Tuttavia, tali spunti si rivelano, in quella fase, null’altro che fenomeni carsici in cui frammenti di una verità sepolta emergono qua e là, sporadicamente, per poi sprofondare nuovamente nel sottosuolo sotto il peso di una contraddizione insanabile: Caffo, infatti, non vuole o non può rinnegare le componenti neofemministe e misandriche dell’ideologia arcobaleno-progressista di cui è stato per lungo tempo campione ma, allo stesso tempo, è di certo consapevole dell’impossibilità di tematizzare compiutamente le nuove istanze da lui sollevate senza uscire dal recinto ideologico moralista e totalitario del femminismo contemporaneo.Ecco che allora, nel ricordare la sofferenza dei padri separati, Caffo ribadisce la necessità di decostruire la famiglia tradizionale e di abbracciare modelli più fluidi e poliamorosi, oppure, nello stigmatizzare i linciaggi mediatici, finisce per ammettere come il clima di caccia alle streghe contro il maschio patriarcale andrebbe in parte giustificato sulla base dell’immensa mole della violenza di genere subita dalle donne, e che quindi – parole sue! – se nel “bombardare il patriarcato” si fanno delle vittime innocenti (innocenti solo in parte, perché proprio innocente il maschio in questa prospettiva non lo sarebbe mai) in fondo si tratta di danni collaterali, spiacevoli sì, ma inevitabili.Un coacervo di contraddizioni irrisolte, insomma, che striderebbe all’orecchio anche del più bendisposto degli ascoltatori.Superare il paradigma neofemministaE in effetti sembra che lo stesso filosofo catanese, preso atto della condanna nel processo di primo grado, abbia deciso di affrontare apertamente queste contraddizioni, sottoponendo a revisione critica una parte significativa di quel corpus ideologico di cui egli stesso in passato appariva un accanito sostenitore.Affermazioni come “Il femminismo assomiglia molto alle parabole che hanno avuto le Brigate Rosse o il Movimento 5 Stelle. Partono da una questione corretta, strumentalizzano certi temi, diventano violenti e scompaiono”, oppure come“i femminicidi sono un po’meno di cento e non è sicuramente una emergenza, anche se è una questione gravissima che mai va ridimensionata. Ma siamo un paese di 60 milioni di abitanti. Uno si deve chiedere, quando qualcosa viene raccontato come un‘emergenza, qual è l‘interesse politico-strumentale che c’è dietro”sono senz’altro condivisibili e aderenti alla realtà fattuale, ma rappresentano, di fatto, un divorzio da quella comunità di intellettuali (o presunti tali) liberal, fortemente ideologizzati, per i quali l’emergenza “femminicidio” e la superiore moralità intrinseca del femminile rappresentano dei dogmi che non ammettono dubbio o dibattito.E se è difficile non concordare con Caffo quando avverte che“si sta combattendo una battaglia intestina che ha a che fare con la fine del pensiero maschile. […] dovremmo stare attenti a distinguere il maschilismo dal maschile. Il pensiero maschile è fondamentale nella nostra società. Se viene eliminato, mancheranno le polarità”o quando profetizza che “rischiamo un giorno di avere 300 libri che ci spiegano come scappare dall’uomo cattivo, e di non avere più Delitto e castigo di Dostoevskij”, diviene inevitabile chiedersi se il nostro, laddove la vicenda processuale e mediatica che ne ha comportato l’espulsione coatta dal circolo degli intellettuali à la page non avesse avuto luogo, avrebbe mai avuto il coraggio di esternare considerazioni di questo tipo, pagandone il prezzo con l’estromissione dai circoli che contano.Sull’innocenza o sulla colpevolezza di Caffo, sia chiaro, decideranno i magistrati (il caso è passato ormai alla Corte d’Appello): chi scrive non ha mai avuto a che fare con Caffo, né dispone di alcun elemento utile a comprendere cosa sia accaduto veramente tra il filosofo e la sua ex compagna.Tuttavia, se non posso astenermi dall’apprezzare la lucidità delle parole del pensatore siciliano nel descrivere il clima opprimente, da setta religiosa apocalittica, che domina il campo della cultura cosiddetta progressista, in cui egli stesso viene ormai pubblicamente accostato a Hitler e in cui “È come se tutti volessero una sola cosa: chiedi scusa per diventare il nuovo modello di uomo, che di fatto è una specie di uomo lavato con Perlana, e quindi tutto andrà bene”, mi pare evidente come la lezione più importante che tutti noi dovremmo apprendere dal giovane filosofo e dalla sua vicenda non verta su Kant o su Wittgenstein, bensì sulla società in cui viviamo.E ci insegna, cari uomini, che nutrire e accarezzare la tigre del femminismo misandrico, con la speranza di venirne risparmiati, non è una grande strategia: decostruitevi quanto volete, profondetevi in scuse accorate sui social ogni qualvolta un maschio a caso commetta un crimine efferato, mostratevi fragili e lacrimosi per smontare il mito machista. Non servirà a nulla: presto o tardi, finirete sbranati lo stesso.