di Al. Tallarita

Più di un osservatore internazionale oggi rimarca come a Glasgow, alla COP 26, Conferenza delle Parti aderenti alla convenzione quadro, delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, che dovrebbe essere cuore per l’applicazione del protocollo di Kyoto e dell’attuazione, delle promesse di riduzione di emissioni inquinanti a livello internazionale, la grande partita della partecipazione si gioca tra i magnati dei combustibili fossili.

Tra i più presenti. Delegati vincolati a chi gestisce petrolio, gas e carbon fossile.
Qualcuno ricorda, o meglio sa, che tra i redattori dell’Accordo del clima di Parigi,
C’era la Royal Dutch Shell?
No? Peccato perché la dice lunga sugli accordi che poi vengono presi.
Sugli interessi reali. E il rapporto tra economia, interessi, potere e ambiente.
Dichiarazione politica fatta per la riduzione delle emissioni. Ma come stanno le cose?
Il mercato per le emissioni risponde a regole che sono state negoziate e scelte.
Le imprese comprano crediti di riduzione di emissioni da altri per evitare di intervenire realmente a ridurle.
La COP 26 del clima porta con sé promesse forse eccessive. E ampie negoziazioni, con le proposte di tutti i governi coinvolti.
Che l’industria dei combustibili sia il principale giocatore di questa partita, sull’ambiente deve essere chiaro a tutti. Basta rendersi conto appunto, del numero dei loro rappresentanti a Glasgow. E degli attivisti che nelle ore del dibattito manifestano… Dato che la società civile é fuori da questi tavoli.
Che Cina e Russia latitano. E che poi questa, con l’Arabia Saudita, pur ritraendosi dalle responsabilità del fare, discusse anche a Glasgow, di ridurre le emissioni realmente, si presentano con con gli stand più sfarzosi.
Anche Barack Obama viene contestato, sul non aver fatto ciò che prometteva, seppur questo continui a criticare Trump e la sua politica. Che insieme a Bolsonaro, sono stai sempre molto restii nel mostrarsi partecipi, anche in polemica, laddove grandi colossi come India e Cina, o anche le altre nazioni citate, realmente poi non cooperano. E per i quali si è ampiamente usato, il critico termine negazionista, di uso improprio. Laddove in vero, tra i leader, ovviamente c’è chi non ci sta a piegarsi all’interesse geopolitico altrui…

E continua Obama, sottolineando ciò che sappiamo : ‘ che siamo in un momento di tensione geopolitica dove è difficile puntare alla cooperazione globale’.
Ma la lotta al cambiamento climatico dovrebbe superarle e propendere ad un’azione comune.
Esatto! Ottimi propositi….ma poi?
Fatto sta che i risultati ottenibili al 2030 non bastano. Perché arrivare a tagliare di metà, il livello di inquinamento umano, sarebbe un sogno auspicabile, che tale resta. I più critici sostengono che le proposte sul piatto siano non sufficienti e poco pregnanti. E non si è arrivato all’accordo per un calendario certo per la riduzione delle emissioni.
E oltre ciò che fine faranno i combustibili fossili..ancora non è dato saperlo.
Sarebbe comunque intanto bene pensare al
‘Carbon pricing’ .
Che cos’è? Uno tra i più quotati ‘strumenti’ per l’attribuzione di un ‘valore economico alla CO2 ‘ per favorire le imprese a ‘valutare ‘rischi ed opportunità, legati alla transizione verso un’economia a basse emissioni’.
Dall’accordo di Parigi emerge che i “mercati del carbonio” giovino a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.
Strumento utile al fine di mantenere ‘l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5 ° C’ . Fino alla sperata Carbon Neutrality al 2050.

Ecco il perché del discusso ‘Articolo 6’: ‘ un elemento in grado di aprire spazi di cooperazione’. Come è stato definito. Per il ‘ trasferimento dei risultati della mitigazione – riduzioni delle emissioni, quote di emissione, compensazioni – per ‘ ridurre le emissioni e bilanciare l’onere globale di raggiungere tali livelli di mitigazione’. Articolo che consente, di comprare crediti di riduzione, in pratica, ma le cui regole, non sono state adottate. Né al COP24, in Polonia, né poi al successivo COP25. Anche se il fine era quello di ‘applicare approcci cooperativi’ e ‘accelerare la decarbonizzazione della matrice energetica del Cile e raggiungere la Carbon Neutrality entro il 2050’. La COP25 del Cile, poi sospesa dal presidente cileno Sebastian Pinera a causa dei disordini cileni e successivamente spostata a Madrid, che puntava ad adottare le norme dell’Articolo 6 non ha assolutamente dato gli esiti sperati. Allora, i tanti Paesi riuniti, non sono riusciti ad arrivare ad un accordo. Benché più sul nodo di questo articolo, su come calcolare i crediti nel mercato mondiale del carbonio.

E gli anni passano.
Questo perché per i Paesi forti ed in espansione, decidere su quanto ridurre le emissioni di gas serra, o cambiare le politiche produttive a d’amore di un minor inquinamento globale è terribilmente complicato. Forse impossibile, in un quadro geopolitico così complesso e interconnesso.