Le reazioni occidentali sono spesso sbilanciate e la mancata autodeterminazione palestinese deriva anche da una logica di opposizione a Israele

Rivista Il Mulino, S. Della Pergola

L’indicibile massacro del 7 ottobre 2023 da parte di miliziani e civili gazawi ai danni di oltre 850 civili e 350 militari israeliani e la deportazione a Gaza di 251 persone, vive o morte, faceva parte del piano concordato fra la Repubblica islamica dell’Iran e i suoi alleati in Medioriente, in particolare Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza, orientato a distruggere lo Stato d’Israele. Se il piano di attacco fosse stato eseguito simultaneamente, con lanci di migliaia di missili da Nord, da Sud e da Est, e con l’invasione del territorio da Gaza e dal Libano, la capacità di difesa di Israele sarebbe divenuta estremamente precaria. Solo grazie alla non simultaneità dell’attacco, per ragioni nel frattempo chiarite, Israele ha potuto superare lo shock iniziale, attuando una reazione più che proporzionale, con danni irreparabili alle forze militari dei movimenti terroristici a Gaza e in Libano e alle strutture militari iraniane nei dodici giorni dal 13 al 25 giugno. Gli equilibri di forza preesistenti sono cambiati con l’uccisione di gran parte dei quadri dirigenti a Gaza, in Libano e in Iran, e un sostanziale, anche se temporaneo, indebolimento dell’intromissione operativa nucleare nel conflitto mediorientale. Le operazioni militari hanno causato danni collaterali alla popolazione civile, devastanti soprattutto a Gaza.

Contrariamente alle aspettative, in Italia e nel mondo le reazioni all’abnorme atto iniziale del 7 ottobre sono state molto scarse. Nei giorni fra il 7 ottobre e l’intervento militare israeliano sono perfino aumentati sia gli atteggiamenti negativi verso Israele sia l’empatia verso l’Islam (cfr. A.D. Colombo, G. Dalla Zuanna, F. Quassoli, B. Saracino, M. Scioni, Studenti universitari, ebrei e Israele prima e dopo il 7/10/2023. Una rilevazione negli atenei del Nord , Istituto Cattaneo, 2023). Tra le principali linee critiche su Israele: gli israeliani se la sono voluta, dopo la prolungata occupazione dei territori palestinesi; l’operazione armata di Hamas il 7 ottobre è una legittima rivendicazione dei diritti repressi dei palestinesi; Israele ha sbagliato a reagire a Gaza, dando adito a reazioni antisemite nel mondo intero; la reazione degli ebrei, dopo l’esperienza della Shoah, dimostra che sarebbe stato meglio se Israele non fosse nata.

Una sintesi dell’attuale fase del conflitto in Medioriente estesa a considerazioni geopolitiche più ampie si focalizza su tre punti: la centralità ineludibile della questione palestinese; gli equilibri di forza regionali e la loro legittimità politica; la dimensione internazionale, nella forma specifica dell’alleanza tra Israele e Stati Uniti. I fatti in Iran costituirebbero un altro esempio di progetto politico fondato su logiche di dominio. La legittimità di questo nuovo ordine dipenderà, però, dall’efficacia delle nuove forze che vi si opporranno.

La postura dialetticamente asimmetrica di molti occidentali nei confronti del Medioriente conduce inevitabilmente a due pesi e due misure nei giudizi rispetto a fenomeni che, pur svolgendosi in luoghi diversi, condividono molti elementi comuni. Per esempio, i bombardamenti russi in Ucraina e i bombardamenti israeliani a Gaza hanno sollecitato risposte ben diverse nel giornalismo e anche nell’accademia, anche se entrambi si potrebbero ricondurre a un esame congiunto dell’uso della forza nella soluzione di conflitti con una valenza etnica, oltre che territoriale.

L’osservatore occidentale fa parte di una diade osservatore-osservato: chi viene osservato, in questo caso il mediorientale, ha pari diritto di esprimere un giudizio sull’osservatore

In realtà, l’osservatore occidentale fa parte di una diade osservatore-osservato. Chi viene osservato, in questo caso il mediorientale, ha pari diritto di esprimere un giudizio sull’osservatore, sul suo contesto storico-politico, i suoi strumenti cognitivi, i suoi interessi particolari. Questo controgiudizio simmetrico dovrebbe far parte del dibattito, affinché questo assuma maggiore corposità e validità. Cerchiamo di chiarire alcune intersezioni fra queste diverse proposizioni.

Nell’ambito del conflitto in Palestina e Israele, i critici di quello che viene definito il permanente impedimento all’esercizio del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese ritengono che tale fallimento avrebbe generato ulteriori forze di resistenza e di combattimento, non violente o anche violente. Per esempio, la sanguinosa rivolta araba del 1936 in Palestina sarebbe stata popolare, dunque fenomeno sociologicamente spontaneo e dovuto, mentre le contromisure sarebbero state quelle di milizie sioniste (appoggiate ovviamente dal regime coloniale britannico), dunque di apparati artificiosi e burocratizzati. Questo approccio discrimina gerarchicamente fra diritti civili e politici palestinesi e israeliani.

In questa lettura manca invece una spiegazione della non proclamazione dello Stato arabo in Palestina nel lasso fra la spartizione del territorio decisa dell’assemblea dell’Onu nel novembre 1947 e la dichiarazione di indipendenza dello Stato ebraico del maggio 1948. Il piano di spartizione dell’Onu, com’è noto, delineava uno Stato arabo, uno Stato ebraico e un corpus separatum per l’area di Gerusalemme e Betlemme. Sarebbe bastata questa dichiarazione di volontà sovrana da parte palestinese per creare una realtà geopolitica completamente diversa, magari perfino un confronto diretto Usa-Urss sull’angusto territorio fra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo (anche se l’Urss nel 1947 votò a favore e fu la prima a riconoscere lo Stato d’Israele). Di fatto, in seguito alla guerra del 1948-1949, il territorio del designato Stato arabo fu occupato dall’Egitto (a Gaza), dalla Transgiordania (in Cisgiordania), con gli arabi palestinesi nel ruolo di comprimari, oltre che da Israele (in molte zone di confine tra le due parti e di guerra combattuta).

Questo tipo di analisi ignora del tutto il concetto di due Stati per due popoli, ossia il riconoscimento della presenza sul territorio di due attori nazionali e politici entrambi legittimi titolari di sovranità. Nel 1948 la parte ebraica aveva completato da tempo il processo di elaborazione interna dello Stato moderno, con tutti gli organi costituzionali, i partiti politici, le strutture economiche e anche le forze armate al loro posto e funzionanti. La parte araba, invece, rispondeva ancora a logiche istituzionali e interessi particolari di tipo feudale, con scarsa partecipazione popolare alla costruzione della sovranità statale e delle sue strutture e con evidenti rapporti di dipendenza militare rispetto alle potenze straniere. Nella Seconda guerra mondiale, la parte ebraica inviò una brigata di soldati a combattere nelle file inglesi per la liberazione dell’Europa. La parte araba, ispirata dal gran mufti di Gerusalemme, restò invece nell’illusione di una vittoria della Germania nazista.

L’autodeterminazione palestinese fallì all’origine per carenza di maturità evolutiva o perfino per alterità nei confronti del concetto di Stato moderno autonomo e indipendente, basato su un’identità positiva del proprio essere sociale. Il principio fondante dell’essere comune palestinese fu, invece, fin dall’inizio l’opposizione a Israele, la resistenza violenta attuata contro la mera esistenza dell’altro. Questa strategia, promossa da un attore politico dopo l’altro, è stata codificata da Hamas nella sua carta costituente del 1988, con gli espliciti riferimenti ai Protocolli dei Savi di Sion e l’aperto invito a uccidere l’ebreo (non solo l’israeliano) “che si cela dietro i sassi e gli alberi”. A queste pulsioni di evidente ispirazione nazista si sono associate nel corso dei decenni altre forze integraliste islamiche, sunnite o sciite – vedi l’orologio segnatempo della distruzione di Israele in piazza Palestina a Teheran.

Fra gli analisti, coscientemente o meno, la difesa del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi sembra coesistere con una certa tolleranza rispetto a questi principi. Eppure, da studiosi dei sistemi politici che ne hanno viste tante sul suolo dell’Europa, ci si attenderebbe una posizione più cauta, e semmai una critica a entrambe le parti in causa per non aver captato in tempo e adottato un modus vivendi basato su un compromesso politico e territoriale, oltre che sul riconoscimento reciproco delle due differenti identità socioculturali, religiose e politiche.

Negli ultimi settantasette anni, Israele ha generalmente imposto la sua forza di fronte a una congerie mutevole di avversari. Nella critica a Israele, è evidente la scarsità di riferimenti all’importanza intrinseca dei valori di democrazia, eguaglianza, tolleranza e pluralismo. Questi valori dovrebbero essere premessa non negoziabile di ogni discorso politico, ma sono stati calpestati da chi, di volta in volta, ha preso il comando delle operazioni prima retoriche e poi militari contro Israele: dal presidente egiziano Nasser al presidente del Movimento per la liberazione della Palestina Arafat (liberazione da Israele), da Hamas dello sceicco Yassin e di Yahia Sinwar, a Hezbollah di Hassan Nasrallah, convinto erroneamente che Israele fosse l’ormai crollante “posto delle ragnatele”, dall’Iran degli ayatollah Khomeini e Khamenei, ai diversi comprimari – gli Assad in Siria, Saddam Hussein in Iraq, i Houthi nello Yemen.

Bisognerebbe prestare maggiore attenzione alla differenza che esiste fra gli slogan sulle massime utopie e le decisioni operative degli addetti alla missilistica

Da parte israeliana non mancano i deliranti discorsi e piani di azione di piccole – sia pure influenti e vocianti – minoranze politiche. Bisognerebbe però prestare maggiore attenzione alla differenza che esiste fra gli slogan sulle massime utopie e le decisioni operative degli addetti alla missilistica. I pericoli inerenti al credere nella propria propaganda sono dimostrati dalla documentazione scritta reperita negli scavi a Gaza, secondo cui il massacro del 7 ottobre 2023 è iniziato come reazione alla “profanazione della Moschea Al-Aqsa da parte degli estremisti ebrei”, che peraltro non è mai avvenuta. In queste menti, la causa, vera o immaginaria, giustifica il mezzo. Così come non è credibile la proposta di Donald Trump circa lo sgombero totale della zona di Gaza dai suoi abitanti e la creazione di una riviera sulle coste del Mediterraneo orientale. La voce critica dell’analista dovrebbe intervenire, non accettando a valore nominale – non dico giustificare – le psicologie alterate dei diversi attori.

Il territorio di Gaza per vent’anni, dal 2005 al 2025, non ha avuto alcuna presenza di civili israeliani, e in questi vent’anni i gazawi non hanno voluto o saputo sviluppare una società civile e una riforma socioeconomica. Gli imponenti aiuti internazionali hanno contribuito a creare una rete sanitaria di discreta qualità, tanto è vero che la mortalità, alla vigilia del 7 ottobre 2023, era comparabile a quella di un Paese europeo come la Polonia. La rete scolastica dell’Unrwa ha creato accesso quasi universale all’istruzione liceale. Le forniture alimentari provenienti dall’Onu e da tante ong erano sufficienti a sfamare una popolazione caratterizzata da un alto tasso di accrescimento naturale. La buona qualità dell’abitato non può non aver sorpreso chi ha seguito le drammatiche scene dei bombardamenti israeliani: quartieri borghesi di discreta finitura architettonica, grattacieli stilisticamente ragionevoli, qualche albergo con piscina in riva al mare, oltre alle molte viuzze strette e contorte delle parti più vecchie.

Ma accanto a questo, il regime di Hamas, al potere nel 2007 dopo aver letteralmente defenestrato (o meglio gettato dai tetti) i funzionari dell’Autorità palestinese, ha investito e sprecato miliardi di euro nel costruire fortificazioni sotterranee senza pari al mondo e nell’acquistare e produrre armamenti da usare contro la popolazione civile israeliana. Le quantità enormi di acciaio, cemento e acqua potabile impiegate per creare l’imprendibile città sotterranea avrebbero potuto essere meglio utilizzate nel creare pieno impiego in progetti di rinnovamento urbano, industrie di consumo, servizi sociali e infrastrutture. L’elettricità e l’acqua sono state fornite per molti anni attraverso le reti israeliane. Il rettangolo di Gaza, chiuso su due lati dal confine con Israele e limitato dalla marina militare israeliana sul lato mediterraneo, avrebbe potuto sviluppare ottime relazioni di vicinato attraverso il quarto lato del confine con l’Egitto. Si è preferito invece costruire centinaia di chilometri di tunnel sotterranei per contrabbandare dall’Egitto armi, munizioni e supporti logistici (come le Toyota bianche a bordo delle quali i combattenti di Hamas hanno seminato morte nelle cittadine di frontiera e al festival Nova). Anche l’Egitto, evidentemente, diffidava dei fratelli musulmani oltre la linea di confine di Rafah.

Il dossier nucleare dell’Iran, poi, non può essere declassato da minacciosa realtà ad artificio di strumentalizzazione israeliana. È legittimo discutere su quale fosse il livello di progresso conseguito nel progetto nucleare iraniano e se mancassero settimane, mesi o anni al raggiungimento del livello di arricchimento di uranio necessario a creare una o più bombe atomiche. Due fatti sono certi: le dichiarazioni della dirigenza islamica iraniana circa l’inevitabile distruzione di Israele e la capacità della missilistica balistica iraniana di raggiungere obiettivi in Israele con sufficiente precisione. Quest’ultimo è forse uno dei dati maggiormente qualificanti dei dodici giorni di guerra nel giugno 2025. I 28 morti, 3 mila feriti, 15 mila senza tetto e 35 mila appartamenti distrutti o danneggiati fra la popolazione civile israeliana sono lontani dalla cifra fra 800 e 4 mila morti che la protezione civile aveva ipotizzato come verosimili in caso di attacco missilistico dall’Iran. La contraerea israeliana ha neutralizzato l’86% dei 530 missili e il 99,9% dei 1.100 droni lanciati. Ma in caso di armamento nucleare, la capacità di intercettare ad alta quota 8 su 9 missili con testata nucleare sarebbe di scarsa utilità.

Il discorso critico sulla strategia bellica della Repubblica islamica d’Iran e le sue prestazioni non può dunque essere ridotto a scusa retorica per “delegittimare il regime”. È necessaria semmai una critica della soppressione in Iran dei diritti civili, lo schiacciamento della società secolare sotto le tonache di un clero ignorante e fanatico, la prevaricazione contro la donna e la diversità e la percentuale alta di risorse nazionali dedicate all’armamento.

È facile rivolgersi in direzione opposta, inventando l’ipotesi che Israele, con l’appoggio degli Stati Uniti, stia attuando una pericolosa cospirazione ai danni della pace in Medioriente, del mondo arabo e dell’umanità in generale. Oggi esistono numerose e importanti compartecipazioni economiche che legano l’Iran e i Paesi della penisola saudita a interessi industriali, commerciali, mediatici e accademici in Italia e in altri Paesi occidentali. In questa ottica, Israele con le sue azioni infastidisce interessi ben più vasti rispetto alla guerra. La critica cessa di essere spassionata e riflette coinvolgimenti organici, oltre che interessi economici immediati. In un ambito analitico più teorico, come può essere quello del sistema mondiale, non è più chiaro in quale senso scorra il meccanismo della dipendenza di una parte geopolitica nei confronti dell’altra.

Come parte di una certa immaginaria visione complottista secondo cui Israele tira le file del malvagio disegno trascinando nel gorgo l’ignaro gigante statunitense, c’è chi vorrebbe nuove forme di opposizione, contestazione e resistenza, che dovranno nascere a livello di società o reti transnazionali: pacifiche, non violente o, anche, violente.

I riferimenti alla violenza valicano la soglia della dialettica accettabile. Bisogna stare attenti, qui, a non entrare nel melmoso terreno dell’antisemitismo. Oggi la collettività ebraica ha tre esigenze non negoziabili: il diritto alla parità di cittadini; il diritto alla propria autonoma memoria storica; il diritto alla sovranità statale. L’antisemitismo, secondo questo aggiornamento, è la negazione di uno o più di questi tre fondamentali (per un approfondimento, mi permetto di rimandare al mio Essere ebrei, oggi, Il Mulino, 2024).

L’omologazione dell’uso della violenza nei riguardi di Israele è contestuale alla tolleranza nei confronti di regimi o di personaggi mediorientali che, almeno in teoria, non sarebbero ammissibili in un ambito occidentale. Vengono quindi tollerati, o anche incoraggiati, suprematismi etnoreligiosi, il rifiuto di ogni riferimento transnazionale, la chiusura a ogni tolleranza multiculturale, la corsa agli armamenti e l’incremento illimitato dei bilanci militari.

Queste contraddizioni rivelano vere e proprie devianze rispetto al sistema di valori democratici conclamato a casa propria e richiedono una spiegazione, che forse risiede nella frustrazione di fronte a un sistema democratico che, dopo decenni di promesse a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha fallito nel mantenerle. Chi cessa di credere nel presente e nelle sue promesse tende a rifugiarsi nei sogni e nelle utopie. Tradotto in politica, questo meccanismo di psicologia di massa fa emergere figure carismatiche, populismo e distruzione degli equilibri democratici sui quali si fondava il sistema. I canali di comunicazione di massa e le reti sociali spontanee rafforzano enormemente questi processi trasformativi.

L’analisi del caso di Gaza, dei palestinesi e di Israele richiede uno sforzo di sobrietà e autocontrollo, sia in Medioriente sia in Occidente. Tre questioni inquietanti nell’attuale fase del discorso in Occidente, strettamente collegate tra di loro, sono: la diffusa amnesia sia dei valori morali e civili fondanti, sia delle proprie identità culturali; l’allineamento della sinistra intellettuale e politica su posizioni ideologiche totalmente opposte alla sua tradizione e raison d’être; l’adesione di molte élite intellettuali e politiche a posizioni e interessi incompatibili con il loro ruolo, e il passaggio da creatori a consumatori d’idee. Da parte di Israele, storicamente, forme violente di opposizione hanno sempre generato contro-opposizione armata.

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