Fondazione Machiavelli, P.Zannetti

La nascita delle ansie energetico-ambientali

L’amore per la natura ed il desiderio di proteggerla hanno una lunga storia. Aree particolarmente incontaminate erano state protette per secoli, soprattutto per fornire terreni di caccia riservati ai re, alle loro corti e alle élite.

Ad esempio, il Parco Nazionale d’Abruzzo, nelle regioni italiane del Lazio e del Molise, è il patriarca tra i parchi italiani. L’idea di realizzare un’area protetta, sulla scia del grande parco americano di Yellowstone, era già partita alla fine del 1800, quando questo territorio divenne l’esclusiva riserva di caccia della famiglia reale dei Savoia, proprio come l’altro famoso parco italiano: il Gran Paradiso.

Nella prima metà del secolo gli interventi avevano lo scopo conservativo nei confronti del paesaggio (che nell’immediato dopoguerra venne inserito anche in Costituzione come bene tutelato dalla Repubblica, insieme al patrimonio storico-artistico), come nella realizzazione del Parco Nazionale del Circeo negli anni Trenta.Fu però all’inizio degli anni ’70 che in Italia, e in tutti i paesi occidentali, iniziò a svilupparsi un interesse per i problemi ambientali che, da allora, si è costantemente esteso ed è oggi in pieno sviluppo.

L’attenzione si è spostata dalla scala locale, in un raggio di pochi chilometri intorno alle industrie e ai centri urbani, a quella regionale, nazionale, continentale, e globale. L’interesse dei politici e dei media si è prima focalizzato sui pericoli delle sostanze chimiche emesse direttamente dalle attività antropiche, come l’anidride solforosa; poi su sostanze non emesse ma generate da reazioni fotochimiche nell’atmosfera, come l’ozono urbano; e più recentemente sullo studio del presunto impatto delle emissioni antropiche sull’intero clima terrestre.

A questi temi ecologico-ambientali, si erano intanto aggiunti studi paralleli sulla sovrappopolazione e sull’esaurimento delle risorse. Due libri, in particolare, avevano avuto enorme successo, ed avevano fortemente influenzato l’opinione pubblica: The Population Bomb di Paul R. Ehrlich, pubblicato nel 1968, e The Limits to Growth del Club di Roma, pubblicato nel 1972. Cosa avevano previsto?Nel primo – The Population Bomb – l’autore dichiarava che la battaglia per nutrire l’umanità era stata persa e che ci sarebbe stata una grave carenza di cibo. Prevedeva che 65 milioni di americani sarebbero morti di fame tra il 1980 e il 1989 e che, entro il 1999, la popolazione degli Stati Uniti sarebbe scesa a 22,6 milioni.

Aggiungeva che i problemi negli USA sarebbero stati relativamente minori rispetto a quelli del resto del mondo. Queste proiezioni erano fortunatamente sbagliate, ma crearono un’impressione duratura di scomoda incertezza che persistette, in ampi segmenti dell’opinione pubblica, anche dopo il decennio di grande successo degli anni ’80, che si concluse con grandi sviluppi economici in tutto il mondo, una sostanziale diminuzione della povertà mondiale, e la fine della Guerra Fredda.

Va ricordato che l’autore di queste previsioni infondate, – Paul R. Ehrlich – che molti ritengono siano state fatte per puro sensazionalismo ed esibizionismo, è ancora oggi osannato come un grande visionario ambientalista e conservazionista.Non si trattava di previsioni isolate. L’opinione pubblica è stata bombardata per decenni da simili annunci fatalistici e millenaristici. Nel secondo libro famoso – The Limits to Growth, – si prevedeva che il mondo avrebbe esaurito l’oro entro il 1981, il mercurio e l’argento entro il 1985, lo stagno entro il 1987, lo zinco entro il 1990, il petrolio entro il 1992, e rame, piombo, gas naturale entro il 1993.

E anche per l’alluminio, che è uno dei principali componenti delle rocce della crosta terrestre, gli autori affermavano che le risorse si sarebbero esaurite tra il 2005 e il 2021!La fine della Luna di MieleNegli anni ’70 l’attenzione ai problemi ambientali, in particolare alla qualità dell’aria, attirò l’attenzione di tutti. Anche l’industria (per esempio, in Italia, ENEL ed IBM) cominciò a sponsorizzare studi e ricerche, campagne di misura, finanziamenti universitari, creando anche centri computerizzati di ricerca ambientale.Ma la luna di miele e l’entusiasmo generale per la protezione ambientale durarono poco. In pochi anni, la Sinistra italiana ed europea riuscì a inquadrare il dibattito a suo favore, stabilendo che i problemi ambientali erano, ovviamente, il risultato dei peccati del capitalismo e che l’inquinamento poteva essere combattuto solo attraverso il controllo governativo delle attività industriali e, più in generale, dell’economia.

Si trattava di un’interpretazione stupefacente che si può ancora sentire oggi in certi ambienti, nonostante i fatti storici e le prove evidenti del contrario. Sappiamo che il peggior inquinamento industriale in Europa nel XX secolo si verificò proprio nei paesi socialisti dell’Europa orientale; e oggi sappiamo che la Cina comunista ha uno dei peggiori livelli al mondo di inquinamento atmosferico.

Ma troppo spesso i fatti non contano. Era molto chiaro, fin dall’inizio degli anni ’70, il modo in cui la partita sarebbe stata giocata: con l’immediata politicizzazione del movimento ambientalista, poi dominato da una pesante componente antioccidentale, anticapitalista, terzomondista e, purtroppo, in seguito, anche da una preoccupante componente antiumana.La luna di miele era finita. La politica aveva inquinato la scienza. E, purtroppo, le cose sono peggiorate sempre di più, decennio dopo decennio, anche dopo la caduta dell’impero del male nel 1991. Infatti, oggi la cause du jour è il cambiamento climatico, una teoria cavalcata in tutto il mondo dalla Sinistra.

Una teoria perfetta nel permettere allo Stato di applicare forti tassazioni e controlli quasi orwelliani su tutti gli aspetti fondamentali dell’esistenza: trasporti, alimentazione, industria, riscaldamento.La lotta all’inquinamento atmosferico: la storia di un successoPochi si rendono conto dei grandi miglioramenti nella qualità dell’aria ottenuti negli ultimi decenni negli Stati Uniti e in Europa.

Spesso i dati incoraggianti vengono tenuti nascosti; nessuno ne parla.Gli interventi per la protezione dell’ambiente e la lotta contro l’inquinamento iniziarono con provvedimenti razionali e scientifici, in particolare per la tutela della salute umana negli ambienti urbani e industriali. Fin dagli anni ’70 vennero effettuate misurazioni chimiche precise per valutare il grado di contaminazione ambientale.

Si svilupparono modelli computerizzati per simulare e comprendere la diffusione dell’inquinamento. Vennero stabiliti e ridotti periodicamente i livelli massimi di emissione per i camini industriali e le automobili. Tutte queste attività erano fortemente basate sul metodo scientifico e venivano applicate su scala locale (ad esempio, in un’area industriale o in una città). Queste sono state le linee guida della rivoluzione ambientale degli anni ’70 e ’80. Furono interventi molto costosi, ma diedero buoni frutti.

Guardiamo, per esempio, la qualità dell’aria negli Stati Uniti, dove centinaia di stazioni di monitoraggio dell’inquinamento atmosferico vennero installate negli anni ’70 e sono tuttora attive. I rapporti più recenti evidenziano che, tra il 1970 e il 2017, le emissioni totali dei sei principali inquinanti (i cosiddetti criteria pollutants) sono diminuite del 73%, mentre l’economia statunitense è cresciuta di oltre tre volte. Uno sguardo più attento ai progressi più recenti mostra che tra il 1990 e il 2017, le concentrazioni medie degli inquinanti atmosferici più nocivi sono diminuite significativamente:Anidride solforosa (medie oraria) ↓ 88 %Piombo (medie su 3 mesi) ↓ 80 %Monossido di carbonio (medie sulle 8 ore) ↓ 77 %Biossido di azoto (medie annue) ↓ 56 %Particolato fine (medie giornaliere) ↓ 40 %Particolato totale (medie giornaliere) ↓ 34 %Ozono urbano (medie sulle 8 ore) ↓ 22 %Simili dati incoraggianti si possono trovare anche in Europa, specie nei paesi ex-comunisti dell’est, dove industrie estremamente inquinanti erano state a lungo tollerate.

Insomma, questi dati mostrano un successo che andrebbe celebrato dai media ed insegnato nelle scuole, invece di terrorizzare i giovani descrivendo il nostro pianeta come malato, inquinato, ed in procinto di essere distrutto da terrificanti disastri climatici.Il cambiamento climatico globaleL’idea che le emissioni antropogeniche di anidride carbonica (CO2) possano disturbare l’equilibrio climatico del nostro pianeta è abbastanza recente e nasce principalmente dai calcoli e dalle ipotesi di Manabe e Wetherald (1975).

Storicamente, la CO2 non era mai stata considerata un inquinante, anzi. Questa sostanza è un nutrimento indispensabile per il mondo vegetale. Infatti, il recente aumento di CO2 nell’atmosfera terrestre, da 315 ppm nel 1958 a 430 ppm nel 2025, ha migliorato la produttività dell’agricoltura mondiale.Però la CO2, assieme ad altre sostanze chiamate greenhouse gases (per esempio il metano), ha la caratteristica di imprigionare calore nell’atmosfera che altrimenti andrebbe disperso nello spazio, creando quindi un potenziale aumento della temperatura terrestre.

Ma di quanto?Le misure di temperatura, da secoli effettuate con termometri e, più recentemente, raccolte dai satelliti, non hanno mai verificato questa ipotesi. Tutte le misure di temperatura fino ad oggi hanno mostrato trend e fluttuazioni abbastanza normali, e cioè un pianeta che è uscito dall’ultima glaciazione circa 12 mila anni fa, riscaldandosi e creando così le condizioni ottimali per la vita dell’uomo; un pianeta pure uscito due secoli fa da una preoccupante mini-glaciazione medioevale, fortunatamente finita verso la metà del XIX secolo. Tutti fenomeni naturali, in cui l’uomo non c’entra proprio (anche se, a livello locale, l’urbanizzazione e la cementificazione certamente creano isole di calore).L’allarmismo climatico recente si basa solo sui modelli di simulazione del clima proiettati nei decenni futuri. Sono questi modelli matematici, e non le misure, che ci danno gli scenari apocalittici rigurgitati giornalmente da politici, burocrati, giornalisti, e avventurieri disperatamente alla ricerca di visibilità, quali Al Gore e Greta Thunberg. I risultati di questi modelli matematici sono periodicamente presentati in voluminosi rapporti pubblicati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite – un carrozzone burocratico-terzomondista con un budget enorme ed obiettivi molto ambiziosi.

I modelli climatici dell’IPCC coprono una enorme gamma di scenari climatici futuri, da quelli più moderati a quelli più apocalittici, dando così ai lettori la possibilità di estrarre ed usare ciò che fa loro più comodo. Naturalmente sono gli scenari più estremi (e più implausibili) quelli che molti giornalisti poi usano per allarmare la popolazione, e specialmente i giovani, come ben spiegato qui da Carlo MacKay.Quando, agli inizi di questo secolo, i dati di misura delle temperature non mostrarono quell’aumento drammatico che era stato anticipato dagli allarmisti negli anni ‘90, si cominciò furbescamente a cambiare la terminologia parlando di cambiamento climatico globale (“global change”), attribuendo quindi all’aumento di CO2 nell’atmosfera ogni possibile effetto negativo che veniva registrato nel pianeta: ondate di caldo o di freddo, uragani, valanghe, siccità, inondazioni, malaria e così via.Su questo tema, quasi tutti si sono buttati a capofitto.

Le grandi organizzazioni internazionali, prima di tutte le Nazioni Unite, cominciarono subito a lanciare appelli, organizzare congressi, creare task forces, finanziare studi, e far rullare i tamburi dell’allarmismo. Molti ricercatori scientifici videro i loro fondi di ricerca aumentare a dismisura; bastava solo inserire le giuste parole chiave nelle proprie proposte di finanziamento. Gli apparati statali, specie quelli dei “paesi ricchi”, videro subito l’opportunità di sfruttare l’allarmismo climatico per aumentare le tasse dirette e indirette sui cittadini e amplificare l’intervento dello Stato nella regolamentazione di tutte le attività umane, nonché inviare immani quantità di denaro pubblico a entità extra-statali e agenzie di validazione il cui scopo è puntellare la narrativa corrente.

Il risveglio della ragioneDi fronte alle assurdità ed estremismi registrati su questo tema negli ultimi decenni, c’è ora un risveglio dell’opinione pubblica che comincia finalmente a preoccuparsi, per esempio, degli enormi aumenti delle bollette elettriche e della possibile distruzione di settori chiave dell’industria europea per fini non chiari e molto discutibili. Vogliamo veramente distruggere uno dei più importanti gioielli europei – la produzione automobilistica – per “salvare il pianeta”? Vogliamo proprio disincentivare molti giovani alla procreazione per ridurre la nostra impronta (footprint) sulla CO2?Basta poco per capire che tutto ciò è follia.

Come mostrato in questo grafico, anche se le teorie climatiche più allarmistiche fossero vere (e non lo sono), tutte le nostre azioni resterebbero inutili. La crescita esponenziale e inarrestabile delle emissioni di CO2 in Cina e in India cancellerà ogni nostro virtuoso intento. Subiremo danni enormi senza alcun beneficio.Per fortuna qualcosa si muove. In Italia abbiamo avuto ricercatori scientifici coraggiosi che hanno pubblicato articoli interessanti e documentati: per esempio, il libro Clima, Basta Catastrofismi, una raccolta molto completa dal punto di vista scientifico.

Un libro che critica i modelli climatici, ma ci parla anche di radiazione solare, geologia, paleontologia, geomorfologia e – capitolo piacevolmente interessante – discute il ruolo del clima nella storia della vite e del vino; tutti temi che contribuiscono ad alimentare un forte scetticismo verso l’allarmismo climatico che ci circonda. In Italia, va anche citata la rivista 21mo Secolo che si è specializzata nel presentare critiche e valutazioni “controcorrente”.Negli Stati Uniti, con il presidente Trump che ha definito “un imbroglio” gli studi dell’IPCC, molte persone che prima tacevano per paura di ripercussioni professionali ora non esitano a mostrare qualche scetticismo, almeno verso le proiezioni climatiche più estreme. In particolare, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE), oggi diretto da Chris Wright, ha appena pubblicato una nuova valutazione della scienza del clima scritta da cinque scienziati che hanno a lungo criticato molti aspetti di questa scienza. In particolare, questi ricercatori scientifici hanno concluso che il cambiamento climatico è reale e merita attenzione, ma non è la minaccia più grande che l’umanità deve affrontare.

Questa distinzione appartiene alla povertà energetica globale. Aggiungono inoltre che, per quanto riguarda gli eventi meteorologici estremi, i dati negli Stati Uniti non mostrano tendenze a lungo termine. Le affermazioni allarmistiche di un aumento della frequenza o dell’intensità di uragani, tornado, inondazioni, e siccità non sono supportate dai dati storici.Finalmente, dopo decenni di “pensiero unico”, oggi abbiamo una critica scientifica e ufficiale, formulata da agenzie governative, contro alcuni aspetti della scienza e della politica climatica.

Ciò motiverà il dibattito e la discussione.È poi incoraggiante che, solo pochi giorni fa, uno dei miliardari – Bill Gates – che per decenni si è prodigato nel finanziare le ricerche climatiche più allarmiste e nel dirci che il clima e la sopravvivenza dell’umanità erano in grave pericolo, ha sorpreso tutti con dichiarazioni razionali e saggie. Ora – finalmente – ci dice che il cambiamento climatico è un problema serio, ma non è la fine della civiltà. Pensa che l’innovazione scientifica lo frenerà e che bisogna spostare le nostre priorità dal concentrarsi sulla limitazione dell’aumento delle temperature alla lotta alla povertà e alla prevenzione delle malattie.Forse, però, il segno più incoraggiante del risveglio della razionalità nel trattare i temi climatici-ambientali è dato dal ruolo della grande finanza che, dopo decenni di pressioni per privilegiare gli investimenti “green”, sta ora battendo in ritirata.

Le emissioni di obbligazioni sovrane verdi (green bonds) dell’area Euro si sono fermate a 44 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2025, con un calo del 15% rispetto ai 52 miliardi dello scorso anno. I risparmiatori hanno compreso che gli investimenti marcati con le etichette buoniste offrono guadagni inferiori a quelli tradizionali e non sempre rispettano le garanzie che dichiarano. I numeri parlano sempre più chiaramente delle ideologie.

error: Content is protected !!