In Ecuador i popoli indigeni continuano a fare i conti con discriminazioni radicate, nonostante la Costituzione riconosca ufficialmente i loro diritti. Tra sfruttamento delle risorse naturali, marginalizzazione e violenze, la difesa dei diritti collettivi e dei territori resta una sfida aperta.

K .N. Orellana Zuniga

Gli indigeni in Ecuador rappresentano circa un milione di persone su un totale di diciotto milioni di abitanti. Il Paese ha aderito alla La Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite e ha ratificato la Convenzione 169 dell’Ilo, ma le tutele reali rimangono ben lontane da quelle previste sulla carta.Servizi essenziali che mancano, diritti culturali ignorati e una partecipazione politica spesso solo apparente continuano a segnare la quotidianità di queste comunità.

Ecuador, plurinazionalismo incompiuto

La Costituzione ecuadoriana del 2008 ha riconosciuto ufficialmente l’Ecuador come Stato plurinazionale e interculturale.Questo principio dovrebbe garantire pari dignità a tutte le nazionalità e i popoli indigeni, con diritti collettivi legati a lingua, educazione, giustizia e territorio. Tuttavia, la realtà è molto diversa, con la presenza di molte comunità indigene che vivono ancora in condizioni di povertà estrema.L’accesso a servizi sanitari e all’istruzione interculturale è limitato. La rappresentanza politica è spesso frammentata o cooptata all’interno di strutture elettorali che non rispettano le forme tradizionali di organizzazione indigena, basate su assemblee comunitarie o consenso collettivo.Inoltre, i territori ancestrali continuano a essere oggetto di sfruttamento da parte dello Stato e delle imprese private, in nome di uno sviluppo economico che non si riflette nelle comunità che li vivono.Leggi anche:• America Latina: le ultime notizie pubblicate da Osservatorio Diritti• Venezuela: l’Onu denuncia la repressione dei diritti umani di Maduro indigeni dell’ecuador

Indigeni Ecuador, il caso di Sarayaku

La gestione delle risorse naturali rimane una delle sfide più complesse per i popoli indigeni in tutto il mondo. Nell’Amazzonia ecuadoriana, concessioni per estrazioni petrolifere e minerarie vengono ancora approvate senza consultazioni libere, preventive e informate delle comunità coinvolte, come previsto da convenzioni internazionali e dalla stessa Costituzione ecuadoriana.

Un caso emblematico in questo ambito è quello del popolo Kichwa di Sarayaku. All’inizio degli anni 2000 il governo ecuadoriano autorizzò una compagnia petrolifera argentina a esplorare il sottosuolo dei territori Sarayaku, senza il consenso della comunità. Gli esplosivi per l’esplorazione del sottosuolo vennero interrati nel suolo sacro, violando il legame profondo che gli abitanti mantengono con la “Selva Vivente” – il loro territorio inteso come entità viva, spirituale e con il quale sono in relazione interdipendente.

Nel 2012 la Corte interamericana dei diritti umani condannò lo Stato ecuadoriano, riconoscendo che aveva violato i diritti alla proprietà collettiva, alla vita culturale e alla consultazione libera e informata della comunità. La sentenza ebbe un’importanza storica, ribadendo che i popoli indigeni hanno il diritto di essere coinvolti attivamente in ogni decisione che riguardi i loro territori.

Inoltre, la Corte sottolineò come il territorio non sia solo una risorsa economica, ma parte integrante della cosmovisione indigena.

Da allora, il caso Sarayaku è diventato un punto di riferimento per altri popoli nativi dell’America Latina, utilizzato in battaglie legali e politiche per la difesa dei diritti ambientali e culturali.Tuttavia, a distanza di oltre dieci anni, molte delle disposizioni della sentenza non sono state pienamente attuate. Le consultazioni spesso restano mere formalità o avvengono tardivamente con le attività estrattive che proseguono in altre aree dell’Amazzonia.

Quando difendere i diritti diventa un crimine

Chi si batte per i diritti collettivi spesso paga un prezzo altissimo in Ecuador: leader, attivisti e difensori dei diritti vengono accusati di reati gravi, dal sabotaggio al terrorismo. Durante le proteste del 2019 e del 2022 guidate dalla Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (Conaie), centinaia di persone furono arrestate.

Le manifestazioni chiedevano solo condizioni di vita dignitose, rispetto per i territori e politiche economiche meno oppressive. La risposta dello Stato fu la militarizzazione delle città, l’uso eccessivo della forza e la repressione giudiziaria. Questa criminalizzazione ha fatto venire meno la fiducia nelle istituzioni e ha creato un clima di paura, scoraggiando la partecipazione politica e la difesa dei diritti umani fondamentali.

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