il sistema politico francese alla prova della tripolarizzazione

La crisi francese mette in luce l’intreccio tra instabilità politica, ingovernabilità parlamentare e un preoccupante degrado del quadro economico-sociale

Il Mulino, M. Marchi

Parigi è in crisi.

Difficile dissentire di fronte a questa affermazione. Ma quale crisi sta vivendo la Francia? Su questo punto i pareri non sono concordi e si possono trovare almeno tre letture. Una tende a minimizzare la situazione; si tratta del punto di vista del presidente Macron e degli oramai sempre più rari sostenitori dell’inquilino dell’Eliseo (solo il 15% dei francesi ne approva l’operato): secondo questa lettura, quella in atto sarebbe soltanto una crisi parlamentare, già evidente dopo le legislative del 2022, accentuatasi dopo il voto anticipato dell’estate 2024, per la quale la frammentazione della rappresentanza all’Assemblea nazionale finirebbe per ripercuotersi sulla governabilità del Paese.La seconda è specularmente opposta: la situazione di impasse è declinata nella sua visione più catastrofista; la Quinta Repubblica è considerata agli sgoccioli e si dovrebbe andare, sempre in base a questa lettura che parla di una crisi sistemica, verso una non meglio definita Sesta Repubblica.Infine, una terza e ultima lettura, a metà strada tra le due, non cerca di sminuire la gravità della situazione e tende a sottolineare l’intrecciarsi di una crisi politico-istituzionale a una di degenerazione del quadro economico-sociale, in entrambi i casi con una prospettiva di medio/lungo periodo.Se si decide di seguire questa terza via, è necessario prima di tutto segnalare alcuni elementi di novità che testimoniano del livello del quadro politico-istituzionale. La mozione di censura al governo Barnier era soltanto la seconda dalla fondazione della Quinta Repubblica. L’altro primo ministro caduto per un voto di censura è stato Georges Pompidou nell’autunno del 1962. Un unicum nella storia della Quinta Repubblica è stata poi la bocciatura della fiducia richiesta da Bayrou l’8 settembre scorso. Mai era accaduto che un primo ministro ponesse la questione di fiducia e questa venisse poi respinta. Infine, con la nomina di Sébastien Lecornu a palazzo Matignon, la seconda presidenza Macron vede l’arrivo del suo quinto primo ministro in circa tre anni e mezzo di mandato. Fino a oggi il record era detenuto da François Mitterrand, che nel suo secondo mandato, tra il 1988 e il 1995, aveva nominato quattro primi ministri. Per questa ragione non pochi osservatori hanno di recente parlato di un’instabilità governativa che ricorda gli anni della Quarta Repubblica, cioè il periodo 1946-1958.Come già ricordato però estremizzare la drammaticità della situazione non contribuisce alla sua corretta comprensione. Nella storia più o meno recente della Quinta Repubblica è già accaduto che presidenti scendessero a livelli particolarmente bassi di gradimento: è accaduto a Mitterrand nell’ultima fase del suo secondo mandato e anche in parte a Chirac dopo la contestata riforma delle pensioni, a due anni dalla sua prima elezione. In entrambi i casi le elezioni legislative hanno prodotto maggioranze alternative all’Assemblea nazionale e ne sono seguiti rispettivamente due e cinque anni di coabitazione. Anche Sarkozy e Hollande sono diventati ben presto presidenti deboli e percepiti come tali dall’opinione pubblica; nel loro caso però potevano contare su solidissime maggioranze all’Assemblea nazionale. Il problema odierno è che a un presidente oggettivamente indebolito si accompagna un’Assemblea nazionale con due opposizioni radicali all’estremità, non in grado (almeno per ora) di conquistare la maggioranza assoluta e contrarie a costruire una coalizione maggioritaria. La tripolarizzazione del quadro politico, con una sinistra monopolizzata da La France Insoumise, una destra egemonizzata dal Rassemblement national e un centro (macroniano) non più maggioritario, ha reso il sistema difficilmente governabile. Se nel 2017, complice l’effetto trascinamento del dopo elezione di Macron, il presidente era stato in grado di trasformare il blocco centrale in maggioritario, già dalle legislative del 2022 e ancora di più dopo lo scioglimento del giugno 2024, a imporsi avrebbe dovuto essere una logica consensuale, del tutto contraria però alla polarizzazione incentivata dalla coppia Mélenchon-Le Pen.Nella storia più o meno recente della Quinta Repubblica è già accaduto che presidenti scendessero a livelli particolarmente bassi di gradimentoA un quadro politico-istituzionale così complicato si deve poi aggiungere l’altrettanto complessa situazione economica, in particolare per ciò che riguarda i conti pubblici. L’agenzia di rating Fitch non ha potuto far altro che abbassare il rating del debito sovrano francese. Con un debito pubblico che ha superato il 114% del Pil, in un quarto di secolo Parigi ha visto quasi raddoppiare tale dato (60% del Pil a inizio anni Duemila). A preoccupare è anche il doppio deficit, 3,7% del Pil per quanto riguarda quello primario e quasi 2% per ciò che riguarda gli interessi sul debito. Oggi il rendimento del buono del tesoro francese a dieci anni paga leggermente di più di quello italiano, e negli ultimi mesi i titoli di Stato transalpini hanno aumentato il loro rendimento di 57 punti base.I critici più accesi del presidente in carica sottolineano che, negli otto anni di Macron all’Eliseo, il debito è aumentato di oltre mille miliardi. Anche di recente François Hollande, mai tenero con il suo ex consigliere e poi ministro dell’Economia, ha ricordato di aver lasciato il rapporto deficit/Pil entro la soglia del 3% e un debito in tendenza discendente. Gli economisti più autorevoli e meno faziosi hanno però più volte spiegato che degli oltre 1.000 miliardi di aumento del debito imputati a Macron circa i tre quarti sono ascrivibili a provvedimenti legati all’emergenza Covid e a quella energetica dovuta alla guerra russo-ucraina. Solo un quarto sarebbe ascrivibile a interventi voluti dal capo dell’Eliseo, e tra questi una minima parte riguarderebbe i cosiddetti ricchi (perlopiù sgravi fiscali per le aziende), mentre la maggioranza consisterebbe in provvedimenti per quella classe media impoverita così attiva nella fase della crisi dei gilets jaunes e oggi, paradossalmente, molto critica e arrabbiata nei confronti dello stesso Macron. La soppressione della tassa sulla prima casa, la rinuncia a tassare la sécurité sociale per i redditi modesti, la mancata applicazione della carbon tax e i molti sgravi fiscali sui redditi medi non sono stati sufficienti per garantirsi il sostegno diffuso, ma hanno allo stesso tempo appesantito, e non poco, il debito pubblico.Se c’è stata un’utilità nei nove sbiaditi mesi di François Bayrou a palazzo Matignon, questa è stata senza dubbio la costante insistenza sulla pericolosa condizione nella quale versano i conti pubblici francesi. Pur con qualche eccesso nell’attribuire responsabilità generazionali, innescando un’inutile polemica tra i boomers e il blocco millennials/generazione Z, e pur avendo fallito nel tentativo di portare avanti provvedimenti frutto della concertazione tra sindacati e mondo dell’impresa, Bayrou ha portato al centro del dibattito la situazione sempre meno sostenibile dei conti pubblici del Paese.La sua uscita di scena ha visto Macron scegliere colui che doveva aver già varcato la soglia di Matignon proprio nove mesi fa. L’oramai ex ministro della Difesa Sébastien Lecornu era stato la prima scelta dopo la caduta di Barnier, ma il leader centrista aveva messo sul piatto della bilancia l’appoggio alla già debole maggioranza relativa, da scambiare appunto con la sua nomina a primo ministro. Unico membro del governo uscente ad aver partecipato a tutte le compagini ministeriali di Macron dal 2017, Lecornu è diventato fedelissimo tra i fedeli del presidente subito dopo la sua prima elezione all’Eliseo. Proveniente da Les Républicains, fa parte di quel gruppo di ex gollisti che hanno scelto la “macronie” a partire dalle legislative del 2017. Radicatissimo a livello territoriale nella “sua Normandia” anche grazie al suo seggio senatoriale, è stato nel 2019 l’inventore del cosiddetto “grand débat national” nel corso del quale il presidente Macron ha cercato di comprendere e trovare un rimedio al malcontento incarnatosi nel movimento dei gilets jaunes. Questo ex gollista già capo della comunicazione di François Fillon nella corsa presidenziale del 2017 è descritto da tutti come l’antitesi del settarismo e dunque dovrebbe contribuire a quel dialogo e quell’apertura indispensabili per la creazione di un governo che non finisca come quelli effimeri di Barnier e Bayrou. La chiave per ottenere tutto ciò è riuscire a costruire una maggioranza da “Retailleau a Olivier Faure”, cioè unire sostanzialmente i deputati socialisti a quello che oggi è definito “socle commun”, cioè la “minoranza di governo” del presidente Macron, più Les Républicains. La strada del nuovo primo ministro è senza dubbio in salita, anche se post-gollisti e socialisti non sembrano particolarmente tentati da un nuovo voto anticipato, dal momento che all’orizzonte si profilano le municipali del 2026 che, in particolare per il Ps, rappresentano un banco di prova importante per la tenuta di ciò che resta del cosiddetto socialismo municipale. Le consultazioni all’italiana avviate da Lecornu, non appena investito da Macron, vanno proprio in questa direzione. Accanto alle complicate dinamiche parlamentari, il nuovo primo ministro deve anche far fronte a un diffuso senso di sfiducia. Il Paese sembra attraversato da un misto di esasperazione e stanchezza democratica. L’impressione è che la classe politica sia incapace di risolvere problemi basilari, quali l’aumento della microcriminalità, la degradazione delle prestazioni sanitarie di base così come della scuola pubblica. La stessa opinione pubblica non sembra poi disposta a compiere quei passi nella direzione di una complessiva riforma del modello di Welfare, correttamente elencati nel suo intervento all’Assemblea nazionale da François Bayrou in quello che sarà ricordato come l’“8 settembre transalpino”.Il Paese sembra attraversato da un misto di esasperazione e stanchezza democratica per una classe politica incapace di risolvere problemi come la microcriminalità e il peggioramento delle prestazioni sanitarie di base e della scuola pubblicaIn questo quadro come si colloca Emmanuel Macron? Il presidente con il livello di gradimento più basso della storia della Quinta Repubblica non è certo esente da colpe. Quelle più evidenti riguardano la sua totale incapacità di investire nella creazione di un nuovo soggetto politico sull’onda della vittoria presidenziale del 2017. Accanto alla convinzione di governare il Paese affidandosi alle prerogative istituzionali del presidente della Repubblica, Macron ha finito per accentuare la verticalità del potere e l’autoreferenzialità, incentivando l’idea del tecnocrate al comando, portatore di ricette liberal-riformiste. Senza voler in alcun modo assolvere l’operato dell’attuale inquilino dell’Eliseo, occorre però collocare il “macronismo” al termine di un ventennio di complicata evoluzione del modello francese nella sua totalità. Dalla lunga coabitazione apertasi nel 1997 si sono susseguiti una serie importante di successivi momenti di crisi: ballottaggio presidenziale Chirac-Le Pen nel 2002, bocciatura del referendum sul Trattato costituzionale europeo e successiva grave crisi delle banlieues del 2005, effimere presidenze Sarkozy e Hollande, europee del 2014 con l’allora Front national primo partito del Paese. Il macronismo trionfante nel 2017, quando al ballottaggio presidenziale per la prima volta dal 1965 non erano presenti né un candidato gollista né un candidato socialista, si è ben presto tramutato da possibile soluzione a un ventennio di crisi a parte di questa stessa crisi o, ancora meglio, a specchio nel quale si riflette la patologica degradazione del sistema politico ed economico francese.Oggi Parigi vive il rischio concreto di passaggio dalla contestazione all’establishment a una più generale rimessa in discussione del modello democratico, così come incarnato dal sistema della Quinta Repubblica. La nascita del governo Lecornu e il suo tentativo di dare al Paese una legge di bilancio nell’autunno diventano un viatico indispensabile per condurre la Francia al decisivo voto presidenziale della primavera del 2027. Con la caduta di Bayrou si è aperta la lunga campagna presidenziale. Un nuovo scioglimento, o addirittura le dimissioni del presidente in carica, potrebbero essere traumi non più riassorbibili, per la Francia stessa e per il suo ruolo nelle complicate dinamiche europee.

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